Soggiorni 2010

Due settimane di volontariato con i disabili possono segnare una vita

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Bibione, 29 luglio 2010.

Il mare è così calmo che una nuotata ci starebbe bene, prima di arrivare al Centro Italiano Femminile, quello che sarà il mio alloggio per 2 settimane a partire da oggi. Ma forse è meglio che non mi presenti ai coordinatori del DUM (Dinsi Une Man), due perfetti sconosciuti, tutta bagnata e insabbiata. È la mia prima esperienza con i disabili, non ne ho mai conosciuto uno, e quest’estate sono qua perché voglio impegnarmi nel sociale. Forse potevo anche evitare, mi dico mentre mi avvicino all’edificio che piano piano si popola di facce mai viste, alcune sorridenti, altre imbarazzate e spaesate. Potevo andare a lavorare, come fanno tanti alla mia età, oppure oziare in montagna. Dormirai nella stessa stanza della ragazza disabile (che ancora non so chi sia), mi dicono, ti occuperai di lei e farai in modo che la sua sia un’ottima vacanza (e la mia?), perché per loro è già tanto se riescono a farne una; inoltre lavoreremo tutti insieme nelle pulizie e nelle attività di intrattenimento. Ho paura di non essere capace, di non sapere come comportarmi. Ma ormai sono qui e oltretutto come volontaria.

31 luglio. Sapevo che non dovevo venire. Eppure è stata una mia idea, e mia madre non era neanche convinta della scelta. La ragazza ha 20 anni, ha la sindrome di Down e fa tutto il contrario di quello che le dico; forse bisogna cambiare approccio. In compenso sto conoscendo una trentina di volontari, tanti alle prime armi, che affrontano diverse difficoltà, come me.

980094_412811685493133_902473115_o13 agosto. Sapevo che dovevo provare una nuova esperienza, nel sociale! Aiutando qualcuno, la cosa principale è essere me stessa, cosa che all’inizio non mi riusciva: così ricevo tantissimo affetto (e fiducia) dalle persone ai margini della società, di cui prima non mi accorgevo. Non riesco a chiamare “disabile” chi in fatto di vita e relazioni è molto più abile di me. Come affrontano loro la vita, con un sorriso anche mentre gli rovesci l’acqua addosso perché non sai come aiutarli a bere, non l’ho mai visto fare a nessun altro. Fare la stessa passeggiata ogni giorno, spingendo la carrozzina di un muto osservatore, non mi stancherà mai; tenergli il braccio mentre si balla non ha prezzo. È l’ultimo giorno ed è anche il più triste. Saluti, abbracci, lacrime e poi si torna alla vita ordinaria: ma come fare ad affrontarla di nuovo? Mi sentirò inutile a casa, senza nessuno da aiutare. Comunque vada, mi sento cresciuta dentro e ho imparato che un sorriso vale più di 1000 parole, anche se sembra una cosa banale. E se oggi non fosse piovuto, di certo un tuffo in mare ai nostri assistiti glielo avremmo fatto fare, come ultimo ricordo della nostra unica (in tutti i sensi) vacanza.

 di Claudia Bellucci

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